Ma il peccato è dimenticare la bellezza

di Alessandro D’Avenia

Denunciateci, cari genitori, ma non per quello che facciamo leggere ai vostri figli, ma per quello che non facciamo leggere loro.  

Noi insegnanti, frequentatori delle belle lettere, a volte rinunciamo alla bellezza. Per questo dovete mandarci in galera. Denunciateci perché non facciamo leggere che una vivisezione dei Promessi sposi (chi non odia quel romanzo dopo la scuola?). Denunciateci perché non facciamo leggere Dante, perché è difficile, perché tanto non lo capiscono, perché parla troppo di Dio. Denunciateci perché non facciamo leggere i classici per intero ma li facciamo a brani, come in macelleria. Denunciateci perché facciamo credere ai ragazzi che le poesie siano inutili coriandoli, e non parti di raccolte significative nella loro interezza. Denunciateci perché non facciamo leggere la letteratura straniera ma solo quella nostrana, minori compresi, piuttosto che Baudelaire, Dostoevskij, Eliot. Denunciateci perché non crediamo più alla bellezza tutta intera. Per farti amare la Venere di Botticelli te ne faccio vedere solo alcuni centimetri quadrati o ti porto di fronte al quadro?

Quando dico ai miei ragazzi di prima superiore di mettere da parte l’antologia di epica perché leggeremo l’Odissea per intero si disperano. Pensano sia una follia, una noia. E non è né l’uno né l’altro, perché i classici sono sì faticosi, ma sempre interessanti (e l’interesse è l’unico antidoto alla noia, e non – come molti pensano – il divertimento). Non sanno che un libro dell’Odissea si legge ad alta voce in meno di 30 minuti e che quindi per leggere i 24 di cui è composta basterebbero 12 ore. Solo 12 ore. Alla fine di quell’esperienza (sì la lettura è ex-per-ire: andarsene in giro in posti diversi uscendo dal proprio guscio), ringraziano, come dopo un bel viaggio: sono stati ad Itaca, ciascuno di loro ha dato voce ad uno o più personaggi. Tutto è diventato «vera presenza», direbbe George Steiner e l’insegnante si è concesso lusso e gusto di essere Omero-narratore.

Lo stesso accade quando affronto con i ragazzi di seconda superiore la lettura integrale dell’Allegria di Ungaretti. All’inizio sono sanamente confusi, poi a poco a poco le parole li possiedono. La bellezza educa se noi gli accordiamo quella fiducia «integrale» che merita.

Questo è l’unico criterio per scegliere le letture: integralità e bellezza. Il resto è antologia o ideologia. Lascia il tempo che l’interrogazione trova.

Denunciateci se non scegliamo letture capaci di intercettare la maturazione di un ragazzo che troverà finalmente parole vere per dare nome – quindi possedere e vivere direbbe Eliot – ciò che di invisibile c’è nella propria vita interiore, che abbiamo il compito di far fiorire.

«Tra i segnali che mi avvertono essere finita la giovinezza è l’accorgersi che la letteratura non mi interessa più veramente. Voglio dire che non apro i libri con quella viva ed ansiosa speranza di cose spirituali che, malgrado tutto, un tempo sentivo». Così scriveva Cesare Pavese nel suo diario.

Denunciateci, allora, quando priviamo i vostri ragazzi dell’alimento che li affama, come non mai, nella vita: la bellezza che nutre e fa sentire abitabile il mondo, la bellezza che non ha ragioni, ma dà ragioni all’esistere e lo rende per questo sensato e non semplicemente da consumare. Denunciateci non se facciamo leggere cose brutte, ma se non facciamo leggere secondo bellezza. Se lo facessimo non ci rimarrebbe tempo per le banalità. E per le denunce.

Alessandro D’Avenia insegna italiano, latino e greco al liceo San Carlo di Milano

Fonte: La Stampa